Ultimo Domicilio Sconosciuto

Ci sono persone destinate alla sfiga, non c’è alcun dubbio. Ci sono persone su questa terra che sono buone, brave, per bene e non rompono le palle a nessuno su cui però il destino, il fato, il naturale susseguirsi degli eventi o come cavolo vi piace chiamarlo si accanisce senza un apparente motivo. Lo Scono era uno di questi. Antonio Michele Agrippa all’anagrafe, Sconosciuto di cognome, nel senso che lui si chiamava proprio Antonio Michele Agrippa Sconosciuto. Sarà che io non ho mai dato peso ai nomi, sarà che il mio nome e il mio cognome sono abbastanza comuni e anonimi, ma ricordo di aver sorriso per non più di dieci secondi la prima volta che lo Scono si presentò a me. Non avevo dato troppo peso a quel cognome, Sconosciuto. Non avevo capito quanti problemi gli creava portarsi dietro quel cognome, non avevo compreso che alle volte il destino è racchiuso in una parola.

Agli inizi degli anni 90″ il centro di Bologna e soprattutto la sua zona universitaria erano considerate come una città nella città, un villaggio di pace e armonia dove si poteva fare un po’ quel cazzo che si voleva. Piazza Verdi era il centro di tutto questo con il Bar Piccolo in un angolo, il centro sociale Pellerossa nell’altro e poco più in là lungo via Zamboni il civico 36 e il 38. Il primo era una biblioteca permanentemente occupata dagli studenti, il secondo era la facoltà di Filosofia che gli studenti o gli autonomi occupavano solo quando “ce n’era bisogno”. Quasi di fronte, il Bar dello Studente, dove si faceva colazione con duemila lire o poco meno e le cui sale al primo piano affacciavano direttamente sulla piazza. La piazza era il centro di tutto per noi, il perno vitale attorno cui ruotavamo come satelliti impazziti: una sera una festa, il mattino dopo una manifestazione, il torneo di calcetto, il pestaggio ai fasci che li abbiamo visti l’altra sera in via Mazzini e so dove beccarli, ogni scusa era buona per ritrovarci in piazza Verdi e fare qualcosa. Di polizia manco l’ombra, non so se avessero disposizioni precise di non venire a rompere le palle in zona oppure al tempo non era aria di andare a smanganellare la gente col sorriso stampato sulla faccia, sta di fatto che pantere, carabinieri e animali simili erano come estinti in zona universitaria. Molti penseranno: chissà che delinquenza, che spaccio e che degrado allora! E invece no, è proprio questo il bello, non dico che non girasse droga (sempre molto buona fra l’altro e non la merda che gira adesso) ma non c’erano risse fra spacciatori, accoltellamenti, tentati stupri e punkabbestia che pisciano e defecano nello stesso luogo in cui dormono. Il mondo universitario faceva da filtro a tutto questo, c’erano iniziative culturali, concerti, dibattiti, il degrado si sarebbe trovato molto male in quegli anni in Piazza Verdi. Ora invece la fa da padrone perché la vita universitaria si è spenta, i luoghi di ritrovo sono sparsi nei quartieri periferici della città e quindi è più difficile e pericoloso uscire la sera. L’aggregazione e lo spirito di fratellanza si sono sopiti, limitati a piccoli spazi angusti e lontani fra di loro. Ma allora non era così, forse questa libertà che si respirava allora ha dato a molti la scusa per esagerare, ma in quegli anni esagerare sembrava, a noi giovani universitari di estrema sinistra, possibile e politicamente corretto. Anche lo Scono era uno di noi, uno di quelli che ti proponeva il classico stasera ci beviamo il vino mio pugliese quello forte che ti stronca l’anima con un paio di canne e poi si va a ballare al Pellerossa.. E proprio una di quelle di sere in cui non ci andava di studiare che l’esame è fra due mesi e poi tanto mi sparo ’sti tre libri in quattro giorni hop hop in scioltezza un ventidue non me lo leva nessuno, una di quelle sere, dicevo, ci fermò una pattuglia di carabinieri. Eravamo fuori la zona universitaria, nella terra di mezzo, dove agli sbirri era concesso alzare la voce. Per fortuna la serata era appena iniziata per cui si era tutti sobri, il maresciallo di turno ci chiese i documenti e lo Scono subito si accorse di non avere dietro il portafogli. “Lei come si chiama?” Lo apostrofò il Minchia Signor Tenente baffuto (così avremmo soprannominato il maresciallo nei racconti futuri) “Antonio” rispose lo Scono. “E di cognome?”  La voce del graduato si fece più greve. “Sconosciuto” rispose lo Scono. “Mi prendi per il culo?” urlò MST (è l’acronimo di Minchia eccetera eccetera…) “Come cazzo ti chiami di cognome?” Senza fare una piega lo Scono ripeté “Sconosciuto”. A quel punto MST planò un man rovescio al povero Antonino “Io ti faccio arrestare stronzetto. Qui di sconosciuto c’è solo tua madre, hai capito figlio di puttana?” Scono tenendosi la guancia arrossata con una mano, rispose con un filo di voce: “Mi chiamo Sconosciuto di cognome, sono nato il 2 Aprile 1969 a Barletta, contralli pure se vuole.” A quel punto il testa di Minchia Signor Tenente prese in mano la radio di sevizio e passò i dati anagrafici di Scono al collega all’altro capo della trasmittente. Questi dopo un paio di minuti rispose: “Minchia Maresciallo, questo si chiama davvero Sconosciuto!” E giù a ridere come un idiota. Il maresciallo lo seguì a ruota, e giù tutti e due a ridere, anzi tutti e tre, anche il carabiniere di leva che faceva coppia col maresciallo minchione iniziò a sghignazzare. “Certo che anche Lei, signor Sconosciuto, poteva dircelo subito.” Rimontammo in macchina senza dire una parola, lo Scono aveva ancora le cinque dita del maresciallo stampate sulla guancia. Appena fummo un po’ lontani Antonio iniziò ad inveire contro i carabinieri, maledicendo se stesso e la cattiva sorte che sentiva su di sé in ogni momento della vita. Cominciò allora a sfogarsi con noi, raccontandoci una serie di equivoci e situazioni allucinanti in cui si era trovato suo malgrado. Devo dire che fra tutti i racconti, uno mi colpì in particolar modo (e fra l’altro il suo cognome porta guai non c’entra neppure) quello che sarebbe passato alla storia con il titolo: La tragedia dello zombie darkettone.

Anche lo Scono, quando era poco più che adolescente, venne ammaliato da una delle mode che circolavano a quei tempi (erano gli anni ‘80) fra i giovani sfigati di provincia e non solo. C’erano i paninari, figli di papà vestiti con capi firmati e la parlata da super-galli, c’erano i metallari con i brufoli in faccia e i capelli lunghi e unti e poi c’erano i dark con il rimmel sugli occhi, la chioma cotonata e i vestiti neri corredati da teschi e croci di ferro appesi al collo. Lo Scono e la sua banda appartenevano a quest’ultima categoria. Se ne stavano sempre buttati in un angolo della piazza principale di Barletta, ascoltando musica deprimente e bevendo birra calda da mille lire al litro. Un giorno saltò sù il Cinese, uno dei leader naturali della banda, e lanciò una sfida: “Se siamo dei veri dakk, allora dobbiamo passare una notte intera al cimitero accanto alle bare. Se siamo dei veri dakk dobbiamo farlo. Chi ci sta?” Sarà che in una città di provincia negli anni ottanta non c’era davvero un cazzo da fare, sarà che a quell’età si è sempre pronti a confrontarsi e a rivaleggiare con gli amici, fatto sta che tutto il gruppo, erano in cinque, decise di fare tappa al cimitero cittadino. Attesero il calar del sole, come dei veri figli della notte, e poi quatti quatti si avvicinarono alle mura del cimitero. Scono, Gianfra e il Cinese scavalcarono la parete senza grosse difficoltà, il Trippa e suo fratello Giacomino, entrambi sul quintale di peso, dopo una serie di inutili tentativi, furono costretti a rinunciare. “Io e fratema vi aspettiamo qui ragazzi, siamo con voi.” Urlò il Trippa alzando il pugno chiuso. “Siatevi dei veri dakk anche per noi!” Lo Scono e agli altri due che avevano superato il muro si addentrarono nel lungo viale di cipressi che tagliava in due il camposanto, poi scorse alla sua destra due file di loculi molto in alto, alcuni ancora vuoti. “Potremmo prendere la scala e infilarci in uno dei tuguri vuoti lassù, che dite?” Propose ai compagni. “Eh no, io voglio il mio posto! A ognuno il suo buco.” Gli rispose il Cinese. “Io mi infilo lassù tra Calogero Carotenuto e Giuseppina Storace in Cacasenno.” “Ma dai, quella è la nonna di Beppe Cacasenno, avete presente? Il figlio del panetterie Pippo Cacasenno?” disse il Gianfra. Lo Scono scosse il capo. “Giuseppina, Beppe, Pippo…Anche lo zio se non sbaglio si chiama Beppuzzo. Cristo, siamo proprio dei terroni.” “Non bestemmiare Scono, siamo in un cimitero, ci vuole rispetto!” Lo apostrofò il Cinese. Scono strabuzzò gli occhi “Stai per infilarti in una tomba accanto a dei morti vestito come un becchino e ti disturba se io bestemmio?” “Non è la stessa cosa Scono, non è la stessa cosa.” Il Gianfra gli richiamo all’ordine: “Basta voi due laggiù.” Si era già accomodato nel suo loculo, uno dell’ultima fila in alto. Lo Scono prese una delle scale in dotazione al camposanto e vi salì fino all’ultimo gradino, si aggrappò prima a una lapide sporgente, poi a un marmo,  raggiungendo anche lui un buco dell’ultima fila. Il Cinese si sistemò alla sua destra. “Ci facciamo una canna ragazzi? Tanto per rilassarci un po’” chiese ai due amici. “Ti faccio un filtro” gli rispose il Gianfra tirando fuori dal portafoglio un foglietto in cartoncino. “Cazzo, questi flyer dell’Ecatombe sono perfetti per rollare.” “L’Ecatombe?” Chiese lo Scono. “Si, hai presente quel nuovo locale a Lecce, il mese prossimo ci suonano i Lesioni Personali, il gruppo di mio cugino Alfio. Hai presente?” “Bel nome per un gruppo.” sorrise lo Scono. “Si, pensa che l’idea gli è venuta perché una volta, una sera, tutti ubriachi tornando alla macchina trovarono uno che gli stava pisciando sul cofano e allora lo presero a…” “Cazzo, stavo scherzando! Non me ne frega una cippa di tuo cugino. È pronta sta’ canna?”  Si addormentarono come pulcini, come succede quando un rilassamento artificiale improvviso subentra a una tensione emotiva. La mattina dopo, era l’alba, la signora fu Carotenuto, settant’anni e pochi mesi, come tutte le mattine da vent’anni a questa parte, cioè da quando gli era morto il marito Calogero, entrò nel camposanto e si diresse alla scala per cambiare i fiori al loculo del marito. Appena si apprestò a muoverla una voce da uno dei loculi vuoti risuonò, come una eco dall’oltre tomba: “Signò, molli a’ scala che sennò come cazzo me ne scendo io?” La signora fu Carotenuto cominciò a tremare, divenne cianotica in volto, una densa bava iniziò a colarle dai bordi della bocca. Il Gianfri con ancora il rimmel nero sugli occhi e il fondotinta bianco sul viso sbucò dal cunicolo accanto a a quello del Carotenuto. “Ha capito signo’? “. La povera vecchina lo guardò in faccia e poi stramazzò al suolo con gli occhi sbarrati, immobile. “Che cazzo hai fatto? Coglione!” Cominciò a urlare lo Scono. “Ma come cazzo ti viene di uscire da una tomba conciato a quel modo! L’hai uccisa! Cannavaro! L’hai uccisa!” E si tirò i capelli cotonati come farebbe un pazzo in terapia intensiva. Non ebbero neanche il coraggio di avvicinarsi alla poveretta, come gatti feriti strisciarono lungo il viale di pioppi, scavalcarono di nuovo il muro e sparirono nell’alba salentina.

Rage Against The Machine – Rage against the machine. (1992 Epic/sony music)

Ci sono dischi per i quali non è possibile scindere del tutto il valore puramente tecnico-artistico dal significato ‘storico’ del periodo in cui sono stati pubblicati. Tutto bene fino a quando si tratta di grandi dischi, trovo; è come dare uno spessore alla bellezza. Ricordo bene le prime assurde circostanze nelle quali sentii parlare di questo gruppo e ancora meglio quando ascoltai per la prima volta il disco. Non c’era niente di simile in giro. Mi guardai attorno sconvolto poi ricacciai gli occhi sul display. Skip. Killing in the name. Skip. Take the power back. Madonna santa… Pura dinamite. Oltre ogni cosa per impatto e incisività. Oltre ogni cosa il cantato. Chi erano questi signori?! Imparai il loro nome al prezzo di attorcigliarmi la lingua. Mi documentai.
Vidi il loro mitologico concerto di spalla a tool e fishbone (promoters di oggi, buongiorno!): immensi. Sento ancora i brividi lungo la spina dorsale. Non erano i primi a fare rap/metal, nemmeno gli unici, d’accordo, ma quel disco è una perla assoluta. Suono, scaletta, idea, messaggio. Tutto perfetto. E lo sapevano anche loro, troppo perfetto. Una vera disgrazia per una band agli inizi.
Settle for nothing. Bullet in the head. Know your enemy. KNOW YOUR ENEMY! Riascoltatevi l’inizio, per la millesima volta. Quel riff, il più vecchio e potente del mondo, dopo l’intro funky. Quell’entrata. La rappata di strofa e poi ancora. La forza di questo disco è l’insieme, la semplicità, l’immediatezza. I limiti dei ratm si vedranno in seguito, più prettamente stilistici che altro, ma fino a qui nessuna traccia. È musica potente e sovversiva, forte come l’acciaio e di anima meticcia.
Per molti (troppi?) un disco che ha cambiato la vita, non può essere fuori dalla lista dei 600 di Blow Up. (KZA)

 

Giardino d’Europa

La tendenza è chiara da alcuni anni, ormai. Almeno una quindicina. Da quando la toscanizzazzione del territorio italico ha avuto una brusca accelerata, noncurante della saggezza di Elio e le Storie Tese così espressa: ‘Se ognuno di noi portasse via un sasso, la Toscana si espanderebbe in tutto il mondo e nessuno potrebbe riconoscere più la Toscana’. Diciamo dal boom di agriturismo e bed & breakfast vari.  Da quando Sting e Tony Blair ci deliziano della loro presenza tra i colli senesi e quelli fiorentini, da quando le vecchie e fatiscenti stazioni termali sono diventate per miracolo SPA (?) da 40 euro all’ingresso. Da quando l’Europa ci ha concesso qualche ’briciola’ normativa a tampone dei danni subìti per le problematiche  – leggi fregature – di denominazione geografica controllata dei prodotti tipici  (ma comunque ‘parmesaanse kaas’, tradotto formaggio parmigiano, un obbrobrio caseario dal sapore mellifluo lontano anni luce dalla consistenza e dal sapore del vero parmigiano, è sempre in vendita nei supermercati olandesi).

Ormai è evidente. L’Italia è sempre più il Giardino d’Europa. Questo è il nostro destino: intrattenere l’ospite di riguardo straniero con deliziose tartine poggiate su vassoi d’argento, al dolce suono di arpe e violini costruiti da liutai di Cremona, in sontuosi giardini dai fiori variopinti e profumati. Appena dietro, probabilmente, passa una bretella autostradale mal fatta e congestionata di traffico e polveri sottili, ma a quel punto basta inserire timpani e tromboni nel tessuto melodico per coprire il fastidio. Siamo il catering di alta qualità del business europeo. Vero, c’è di peggio, come scrivevo anche su queste schermate tempo fa: pensate alla Polonia, che è la miniera d’Europa. O a Romania o Ucraina, e lascio perdere le categorie merceologiche. Il giardino perlomeno è un bel posto. Ma comunque per gli ex padroni del mondo, i discendenti diretti degli Antichi Romani, belli, abbronzati e ben vestiti, esportatori tenaci e virili della dolce vita felliniana fino a neanche troppo tempo fa, è un bel rospo da ingoiare. Relegati all’intrattenimento.

Eppure non potrebbe essere altrimenti. Non sappiamo gestire la complessità delle cose, è evidente: politica, pubblica amministrazione, traffico, qualità della vita, innovazione, ricerca, istruzione… Più italianità si trova in un settore, peggio le cose sembrano andare. Giratela come volete, società sfaccettata, dal forte senso critico, dalla storia complicata, attaccata alle tradizioni, ma per me significa soprattutto una cosa: meglio lasciar fare agli altri ed occuparci di giardinaggio e prelibatezze culinarie. Alla fine si dice che vale la pena di vivere solo per quelle, no? E allora specializziamoci in antipasti e minuetto in costume d’epoca. Lasciamo tecnologia, ricerca, viabilità, servizi agli altri. Perlomeno noi consumatori saremmo fregati di meno, con ogni probabilità. A me sta bene, a voi no? Non mi interessa se la mia banca è controllata dai francesi o se i sauditi sono interessati all’acquisto dell’enorme area dismessa alle porte di Milano, dove vivo. Mi interessa non sentirmi fregato ogni giorno. Non vedere altro che ingorghi e centri commerciali tutto intorno. I risultati dell’italianità gestionale. No, grazie. La nazionalità delle cose non mi interessa proprio, è la sua sostanza che conta.

Già siamo fortunati ad essere il giardino d’Europa, appunto. Anche se ce la stiamo mettendo tutta per rovinarlo. Il futuro è lì, lo vedo, nitido: tutti con costume da centurione, fiaschio di rosso in mano a fare le foto di fianco al Colosseo. Oppure tanti bei Pulcinella intenti a girare pizze in aria, sotto una pioggia di flash nipponici. E gli immigrati? Be’, lo vogliamo far divertire anche un pò, ’sto popolo di intrattenitori, con bestie feroci e qualche negretto da sbranare?

Io non me la sento di negarci anche questo.

Qualcuno Con Cui Correre (Oded Davidoff – 2006)

Come spesso accade per i film d’autore stranieri che non appartengono alla categoria dei Blockbuster, anche per questa pellicola israeliana la distribuzione nel nostro Belpaese è stata breve e a macchia di leopardo. Peccato, perché a mio parere meritava migliori fortune. Per me, che ho avuto occasione di vederlo  su una pay-tv in orario notturno, devo dire che questo film, tratto dal romanzo omonimo di David Grossman, è un piccolo capolavoro. È la storia di Assaf, un giovane studente di Gerusalemme che per sbarcare il lunario si fa assumere al canile della città. Fra i vari randagi che vengono accolti al ricovero, capita un meticcio che si è appena smarrito. Assaf scopre che il cane appartiene a una ragazza di nome Tamar, che pare giri come una vagabonda per Gerusalemme. Quello che il ragazzo non sa è che la ragazza è a Gerusalemme perché alla ricerca di suo fratello, Shai, un chitarrista di grande talento ma tossicodipendente, che vive recluso insieme ad altri musicisti in una specie di “Comune”. Il proprietario di questo Ostello per Artisti è Pesach, un violento trafficante d’eroina a capo di una banda di spacciatori e copre i propri traffici illeciti con la gestione dell’Ostello. I ragazzi soggiogati da Pesach sono tutti musicisti di talento, ma tossici, e per questo schiavizzati dall’uomo che ogni mattina dopo averli riforniti delle dosi necessarie a “rimetterli in piedi”  li spedisce in giro per la città in piccoli gruppi a esibirsi con i loro strumenti nelle piazze, sempre controllati dai suoi scagnozzi. Tamar, anche lei musicista di talento, per tirare fuori il fratello dai guai si farà “assumere” da Pesach infiltrandosi nella sua Casa Per Gli Artisti. Assaf che si è messo sulle tracce della ragazza insieme al cane si caccerà in una infinità di casini, ma grazie alla sua tenacia e alla testardaggine riuscirà infine a ritrovare Tamar. Ma purtroppo i problemi non saranno ancora finiti… È una bellissima storia questa, di due ragazzi che si perdono, si inseguono e infine si ritrovano. È una storia israeliana di quelle che non ti aspetti, con una Gerusalemme incredibile, piena di Punk, musicisti, vagabondi, ebrei ortodossi, Kebab, insomma una nuova Babilonia dove tradizione arabo-israeliana e cultura occidentale si fondono in un magma che lascia spiazzati. La fotografia di Yaron Scharf accentua il senso di smarrimento di una metropoli che sembra appartenere a tutti ma che in realtà non è di nessuno. Non è dei giovani che vivono per strada bucandosi, rapinando e rubando tutto ciò che trovano, non è degli arabi che vendono ogni tipo di cianfrusaglia nei banchetti lungo le strade affollate di gente, non è dei terroristi palestinesi che provano a terrorizzare una popolazione che ormai sembra essersi abituata a tutto, compresi gli allarme bomba seguiti dall’arrivo dei robot teleguidati della polizia israeliana. In questo film Gerusalemme è una metropoli fatta di pezzi di altre metropoli, è un po’ Berlino con i punkabbestia e i chitarristi per strada, un po’ Parigi con i caffè eleganti pieni di tavolini all’aperto, un po’ Beirut con i palazzi diroccati, un po’ Baghdad con la gente vestita in stile arabo-palestinese, un po’ Amsterdam con la vita notturna che dura fino all’alba e un po’ Rimini con le sue spiagge piene di ombrelloni al sole.  Assaf e Tamar si muovono in questo caleidoscopio di orizzonti metropolitani aiutati dagli amici e ostacolati dai nemici, in una storia che è avventura e insieme ricerca di se stessi. Bravissimi i due attori protagonisti (Bar Belfer/Tamar e Yonatan Bar-Or/Assaf) e anche se non ho letto il libro di Grossman vi consiglio caldamente la visione di questa pellicola. Attenzione: sui titoli di coda potrebbe scattare la lacrimuccia, a me è successo…

I 57 livelli dell’illuminazione

Che volete che vi dica? Lo sanno tutti che arrivare a Bologna da una città di provincia è come per Pinocchio arrivare nel paese di balocchi. E i primi dieci, quindici, livelli dell’illuminazione si bruciano così. Non v’è dubbio.
La prima volta che misi piede al Livello 57 era una notte nebbiosa e umida, ovviamente, e fu per un concerto di non so neanche più quale improbabile gruppo di noise rockabilly o country metal. La seconda, sempre immersa nella foschia, stavo già rischiando la vita a cinque metri d’altezza su di un impalcatura che ondeggiava come una barchetta di carta in piena tempesta, a tendere dei cavi elettrici spelacchiati e tutti scintille, per il concerto successivo. Fu così che la mia frequentazione del centro sociale divenne rapidamente incessante. Ho sempre amato il rischio…
Ogni lunedì, lo ricordo ancora con timore reverenziale, si praticava un’attività di gruppo ai limiti del tribale chiamata assemblea. Nel corso di ore e ore di discussioni si cercava di rendere materia l’idea. Il problema era che le idee erano spesso e volentieri in contrasto tra loro, ma per un inspiegabile scherzo del destino, alla fine di quelle estenuanti sedute, in qualche modo si riusciva a mettere d’accordo, tutti senza che si arrivasse a nessuna conclusione. La formula, in realtà era piuttosto semplice, ma rinunciare alla solennità del rito assemblea, poteva anche essere scambiato per eresia pura e semplice. Alla fine dei giochi, ognuno faceva ciò che aveva in mente.
Quello che resterà sempre un mistero degno della posizione geografica di Atlantide, è come potesse una macchina così assortita e stridente essere così spettacolare. Quello che succedeva nel fine settimana aveva dello strabiliante. Ognuno aveva lavorato alacremente al suo progetto e riusciva a gestirlo e portarlo avanti contemporaneamente agli altri, certo alle volte la cosa non filava proprio così liscia e avendo un ascia a portata di mano ci saremmo amputati vari arti a vicenda. Comunque quello che aveva luogo era una sorta di show degno del circo di Barnum ma senza Barnum… e allora mentre la techno martellava orde di raver dallo sguardo a metà tra un vichingo in pieno effetto berserk e santa Teresa d’Avila, in Zona Dopa, Hip Hop e reggae si alternavano con nonchalance per la gioia di fumatori dai pantaloni larghi e dai dreadlock incatramati. Per mia delizia, il rock n’roll la faceva da padrone nelle anguste sale più interne e intime del Livello, sorta di ventre molle in cui adagiarsi e lasciarsi andare a lascivi ondeggiamenti e ammaliamenti… Se quelle mura potessero parlare, vi ecciterebbero o vi scandalizzerebbero a seconda dei gusti. Non solo di musica e divertimento si trattava, ogni tanto qualcuno parlava di politica e ogni tanto qualcuno parlava di imprenditorialità (!), neanche fossimo al TPO o al Link. Ma io ero giovane e vorace, di quello avevo bisogno e di quello mi ricordo, come del resto rammento di come nelle tarde giornate di primavera fosse piacevole stare seduti durante il pomeriggio fuori dai capannoni, godendosi il sole in quella che sembrava una piccola oasi di cemento, a seguire i volteggi dei soffioni lungo i binari del treno e riposandosi in vista di una nottata furibonda, seguita da una mattina livida. Rammento di come fosse piacevole scoprirsi con una saldatrice in mano in grado di costruire un bar intero, un palco o quant’altro, sporchi di polvere e grasso come uno spogliarellista che recita la parte del benzinaio. Solo in un posto del genere ci si ritrova a non subire ma a far subire l’industria del divertimento. Non è lo stesso andare a un concerto o organizzarlo. Organizzare è una parola che non rende merito però, a quello che accadeva là dentro in vista di un evento. Quando un gruppo veniva a suonare da quelle parti per quanto fosse famoso o sconosciuto, veniva accolto in pieno pomeriggio in un clima di rilassatezza e amicizia, l’impianto veniva montato e smontato assieme ai tecnici e ai musicisti, tutti a lavorare con un unico scopo: la musica. Una maratona di più di venti ore che ci stremava oltre ogni resistenza e quando, prima di colazione si ricaricavano i furgoni di strumenti e casse da un quintale l’una, si era soddisfatti. Beata gioventù… Quando si saltavano i fossi per lungo.
Sono passati anni da quel primo concerto e molti stadi di illuminazione si sono succeduti, molte persone sono passate e scomparse nel nulla. Fino a quando un giorno, quasi per caso ho smesso. Smesso di passare il mio tempo in via Muggia, smesso di mettere dischi fino al canto del gallo e oltre, smesso di costruire enormi ‘lego’ di tubi innocenti, smesso di divertirmi e imbestialirmi. Non c’è stato un motivo preciso, solo che il Livello non era più lo stesso, e nemmeno io. Se prima mi chiedevo come fosse possibile che esistesse gente che non fosse a conoscenza di un luogo del genere, dopo, di punto in bianco, non ne ho più sentito ‘l’insondabile fascino’.
Qual’è stato l’ultimo livello dell’illuminazione allora per uno come me? Cosa mi è successo? Un overdose di vita notturna che mi ha costretto a trasformarmi nel più noioso dei casalinghi? Uno scetticismo che piano piano mi ha divorato fino a farmi dubitare dei miei stessi lineamenti?
Si sa, l’ultimo passo è il vuoto: ciò che non c’è. Arrivati a quel punto tutto il resto non ha senso.
Ma è possibile che tutto quel tempo, di cui ora non mi resta che un sorriso, sia andato perduto?
Quando mi capita di passare sul ponte di Stalingrado lo sguardo mi cade inesorabile sul Livello. So che il movimento, la frenesia e la compulsività di chi si danna là sotto, è la stessa che avevo io. Eppure non lo riconosco, mi sembra che sia un altro luogo, distante anni luce da quello che era. E allora potrebbe darsi che “dall’alto” dei miei trent’anni mi stia impaludando in una specie di atteggiamento reazionario che rimpiange i bei tempi… forse dovrei uscire di casa, prendere un autobus e brontolare con i nuovi arrivati in cerca del paese dei balocchi, dir loro di come si stava meglio quando si stava peggio per poi andare a rompere le palle a qualche operaio di un cantiere stradale, mettendomi a dirigere i lavori con le mani dietro la schiena assieme ad altri anziani.

NB. Questo pezzo, malconcio e traballante, risale a sei anni fa – anche se chiusi la mia carriera di squatter nel 2000 -… ora di anni ne ho trentacinque, il Livello non è più sotto il ponte di Stalingrado e non so nemmeno se sia ancora vivo. Bologna è sempre più noiosa (c’è del marcio, osp delbono, a Bologna), io sono sempre più noioso. Tranne quando gioco con mia figlia. Altro che barcollare in cima a un trabattello con le ruote su ponte stalingardo per tendere una rete. (Una testa di cazzo, figlio di puttana mangiamerda, spero tu stia soffrendo le pene di un cancro alla spina dorsale mentre qualcuno ti tagliuzza il glande con un foglio di carta, tirò un sasso dal ponte in faccia a un povero cristo… fu forse quello l’episodio che mi illuminò maggiormente… ah no fu l’omicidio del clochard Viero Mazzanti da parte di uno skin, redskin, testa di cazzo, mangiamerda…)

Mi ricordo lasagne verdi…

Avevo vent’anni e tanta voglia di vivere, Avevo vent’anni e mi sentivo una bomba dentro. Alla fine ce l’avevo fatta, Bolzano era lontana, con le sue soffocanti montagne aguzze e la sua pace controllata, la sua tranquillità imposta. “Sono a Bologna.” Solo, libero, con un po’ di soldi in tasca e un grande fuoco nel cuore. Per noi montanari della valle dell’Adige che lasciavamo Haidi e le sue caprette per andare all’università il più lontano possibile da casa, Bologna era il sogno. Sogno di una vita che inizia davvero, nuovi amici, concerti, cene, feste, università, ragazze e droga a buon mercato. La droga era a buon mercato perché ce n’era tanta, per tutti i gusti. Per donne a buon mercato ho sempre inteso ragazze che come me erano fuori sede, lontano da casa e quindi più sciolte, più disponibili a fare nuove esperienze; in una parola: disinibite. A tal proposito mi ricordo una ragazza calabrese, di Cosenza, che incontrai una volta su un treno. Aveva entrambi gli occhi tumefatti, neri pesti. Durante il viaggio entrammo in confidenza e mi spiegò, senza che io le avessi chiesto nulla, cosa le era capitato. Il ragazzo l’aveva picchiata di brutto. “È molto gelosso” mi disse con l’accento calabrese delle sue parti. “E anche io lo sono. Lui va con le altre ma poi torna sempre da me!” “Sempre per picchiarti?” le chiesi, d’istinto. “No, che c’entra. È che le altre gliela danno subito e allora lui si stufa. Con me è due anni che aspetta eppure mi cerca sempre. Così sono gli uomini. Se li fai aspettare e ti rendi preziosa loro sempre ritornano.” Sentenziò con quel verbo alla fine, tipico della parlata meridionale e che io purtroppo non ho mai sopportato. Ogni volta che sentivo una frase con il verbo alla fine mi immaginavo le lettere che la componevano fluttuare nell’aria davanti a me, quindi allungavo una mano, acciuffavo il verbo alla fine e lo rimettevo al suo posto, tra il soggetto e il complemento oggetto. Poi mi sentivo meglio, molto meglio. Quella stessa ragazza, Annunziata se non sbaglio, la rincontrai qualche tempo dopo a Bologna. Io mi ero trasferito da poco e anche lei era appena arrivata per fare l’Università dalla lontana Calabria. In realtà all’inizio non l’avevo riconosciuta. Ero al Vipera quella sera, un locale accanto alla questura frequentato da gay, lesbiche e da chiunque adorasse la buona musica e l’atmosfera surriscaldata. Ero al bancone del bar con amici, quando mi girai e vidi una coppia, un ragazzo e una ragazza che si baciavano appassionatamente con una terza ragazza, alternandosi. Vidi quest’ultima strofinarsi in mezzo alla coppia allungando le mani qua e là, mari e monti, tanto per gradire. Poi si girò verso di me e mi sorrise. “Ciao  caro. Socc’mel è un po’ che non ci vediamo!” Io la guardai, riconobbi quella voce, ma quel socc’mel mi suonò strano, artefatto. “Cazzo, Annunziata!” Urlai in un impeto di gioia, manco avessi vinto il giro da cento alla ruota della fortuna. I due ragazzi che la accompagnavano interruppero lo sbaciucchiamento, sorpresi. “Annunziata? Ma tu non ti chiami Luana?” Le chiesero. Io capii al volo di aver fatto una gaffe, perché una ragazza che si butta nella mischia del Vipera intortandosi una coppia etero appena conosciuta non potrebbe mai chiamarsi Annunziata! Luana rendeva più onore al merito. ”Scusate, sono io che la prendo sempre in giro con questo nomignolo, è per le sue origini meridionali. Mi piace sfotterla affibbiandole nomi caratteristici del suo paese natio.” Ma i due restarono ancora di più a bocca aperta. “Ma tu non eri di Bagnacavallo? Tuo nonno non andava in aereo con Baracca?” Niente, volevo chiudere un buco e invece ho aperto un cratere. A quel punto lei mi guardò come se le avessi ammazzato il cane, e corse via. La coppia, come niente fosse, tornò a baciarsi non prima di aver ingurgitato due pastiglie rosa. “Questa città ti cambia” pensai, “Tira fuori il meglio e il peggio di ognuno.” Era il 1993, un sabato di fine estate, io avevo appena trovato casa in via Zucchi, vicino allo stadio Dallara, la Banda della uno Bianca terrorizzava ancora la città, gli affitti erano cari e i libri costosi, ma io ero felice come un bambino di essere a Bologna, felice e trepidante per quello che mi aspettava. Uscii dal Vipera, erano ormai le due di notte e mi sentivo un po’ stanco, ancora non mi ero abituato ai ritmi della città di Guccini e Dalla. Al bordo della strada, di fronte a me c’era un ragazzo con una chitarra e un cane, appoggiato al muro. Mi avvicinai. “Non è che hai un deca da mollarmi?” Gli chiesi. Lui mi guardò dritto in faccia poi volse lo sguardo alla mia sinistra, come se scrutasse qualcosa dietro il mio orecchio. Mi girai e vidi la telecamera della Questura che puntava dritto su di noi. Feci allora per andarmene quando un fischio mi raggiunse. “Aspetta, amico. Gira l’angolo e fermati.” Ubbidii e dopo qualche istante fui raggiunto dal ragazzo con la chitarra e il suo cane, un meticcio che puzzava come una scrofa. “Sai, mi fermo a suonare e dormire proprio sotto i loro occhi così mi credono innocuo. Anche se siamo a due passi dagli sbirri, fidati, questo è il posto più tranquillo a Bologna dove fare qualche soldo senza intoppi”. Annuii senza dire nulla, ero troppo stanco per stare dietro alle strategie di marketing di un pusher e il suo cane. Gli allungai diecimila lire e lui mi diede quello che sembrava un mezzo grammo di fumo. Lo soppesai sul palmo della mano. “Ladro” pensai “Con un deca poteva darmi almeno un grammo”. Ma mi limitai a pensarlo, ero troppo vicino alle braccia di Morfeo per mettermi a discutere. Non ci salutammo, io andai per la mia strada, lui per la sua e imbracciando la chitarra iniziò a urlare a squarciagola. “Mi ricordo lasagne verdi…”  Questa città ti cambia.

Depeche Mode – Black Celebration (Mute 1986)

Oggi i Depeche Mode sono pesi massimi dell’industria musicale, al pari di U2 e R.E.M., si sentono ovunque, fanno il sold out dal vivo, escono con dischi eleganti e ben scritti, contando su un Martin Gore a livello di songwriting stellare. Hanno anche molto appeal, nonostante probabilmente non lo cerchino sempre. Ma i Depeche Mode hanno un passato glorioso nell’immaginario mondiale della new wave, l’ondata alternativa pop/rock degli anni ‘80. L’acerbo e bellissimo Construction time again, la perla riconosciuta Some great reward, più tardi Music for the masses – recensito nei 600 di Blow Up – e Black Celebration, album del 1986 sempre per la Mute records. Questo disco ha un fascino diverso e unico, per certi versi dal mio punto di vista è la massima espressione artistica dell’allora quartetto di Basildon, Essex. Certamente la più rituale, celebrativa. La celebrazione del nero, appunto. La morte è dappertutto, ci sono mosche sul parabrezza, tanto per cominciare, a ricordarci che potremmo essere spazzati via stasera. Fly on the windscreen alza subito il tiro, dopo la liturgia del brano di apertura. Poi una serie di ballate e pillole pop di melodia e dolcezza, firmate Martin Gore, a dimostrare che rabbia e oscurità sono solo aspetti di una personalità profonda e completa. Livello qualitativo altissimo. Poi A question of time, martellante e sintetica. Stupenda. I testi bucano la mente, ti si appiccicano addosso, girano perfetti, forse anche a causa dell’averli imparati a memoria senza capirli davvero, anni prima. Effetto sorprendente. A seguire la canzone più tipicamente Depeche Mode, per come li ha vissuti il sottoscritto: Stripped. Notte, freddo, ambientazione industriale. Vestiti di pelle nera, facce pallide, tagli di capelli aerodinamici. Prendere a martellate un’auto, bruciare con la fiamma ossidrica una televisione. Lasciare la città, spogliarsi di tutto. Lascia che ti veda nudo fino all’osso. Lascia che ti senta prendere decisioni senza la tua tv. Che ti senta parlare solo per me. Here is the house è gommoso pop intelligente, un marchio di fabbrica negli anni per i DM, poi ancora emotività teenager e vera con World full of nothing e Dressed in black. Infine New dress, a spiegare come stanno le cose. I Depeche Mode di quegli anni sono stati un simbolo per moltitudini di giovani sparsi per il globo come pochi altri gruppi hanno saputo fare. Il loro gusto musicale e artistico, la loro visione del mondo, l’approccio politico e ‘contro’ nelle liriche, supportati dalla miscela irresistibile di melodia, atmosfere cupe, gusto pop e venature dark/industriali hanno tenuto per lungo tempo alta la bandiera di una generazione per fortuna sopravvissuta ai paninari e agli yuppies. Gli stessi che oggi, forse, a capo di affermate agenzie pubblicitarie, li mettono in filodiffusione nei loro loft affollati di creativi in mezzo mondo. (KZA)

Principesse

Mia figlia grande (quattro anni e mezzo) è in pieno trip da principessa. Per un bad boy dal passato antagonista – scolorito al giorno d’oggi sino al classico sdegno da salotto ad ogni trovata leghista, come da copione – è un bel problema. O forse no. Dipende da come la prendi. Ricordo ancora, circa cinque anni orsono, il qui presente no global  e la sua compagna giurarsi l’un l’altra tra grasse risate che la loro bimba non sarebbe mai stata vestita di rosa, come tutte le altre. Bella cazzata. Aprite l’armadio di mia figlia oggi e abbagliatevi con tutte le tonalità possibili: shocking, pallido, carne, e via dicendo. Perchè semplicemente è una bella cazzata pensare di proiettare sui figli una nostra idea o punto di vista. Tipo le felpe nere con teschio del babbo ’strano’. A meno che non si voglia crescere un figlio frustrato e infelice.

Ma tornando alle principesse, con una miscela strampalata di fiabe, cartoni animati, gioco libero e semplice immaginario, mia figlia non parla d’altro che di gonne, vestiti lunghi fino ai piedi, principesse, matrigne, cavalieri, matrimoni, amori, figli piccoli e altre mostruosità simili. Per un alternativo che ascolta metal in cuffia e mangia zuppe di farro non condito non è bello. Ma, anche qui, dipende. Può essere divertente: l’altra sera piangevo dal ridere nel giocare con lei al ballo regale. Passo di valzer, giravolte, inchini e casquet fino al momento in cui lei, languida, con grande foulard ROSA legato sotto le ascelle a mo’ di vestito da sera piuttosto audace INVERO e con strascico, si stacca da me, il suo cavaliere, e guardandomi negli occhi sussurra: ‘Devo andare…’ E corre via non staccandomi gli occhi di dosso, soffocando un sorriso birichino per dovere di drammaticità interpretativa. Salvo poi riapparire giuliva dopo pochi secondi, ‘Sono tornata!’

Dolce, nevvero? Da stretta al cuore. Anche di un ex junkie da rave illegale. Ma soprattutto stimolante per tentare di capire la natura umana, o meglio quella della metà femminile. Credevo fossero stronzate, ma amici queste DAVVERO nascono e crescono con certe idee inchiodate in testa: amore, matrimonio, figli, vestiti lunghi, scarpe con i tacchi. Vi giuro, non abbiamo fatto nulla in particolare, io e la mia compagna, per favorire lo sviluppo di concetti simili nella testolina di nostra figlia. Dev’essere una cosa innata. Non riesco a capire. O meglio, solo adesso capisco. Anni e anni vita in rewind mentale, incomprensioni, litigi, problemi, scazzi con il mondo femminile: amori platonici, fidanzatine, sorella, madre, compagne d’avventura, donna della vita. E ora capisco. Capisco tutto. Non condivido, ovviamente, ma capisco. Amici, queste creature sono infettate sin dall’inizio. Non c’è modo di trascinarle dalla nostra parte, nel magico mondo della birra, musica alta e divertimento da canile municipale. Lasciamo perdere, ne va della nostra salute. Continuiamo a divertirci abbaiando, e lasciamole fare. Saremo anche meno ‘alti’ e nobili, ma abbiamo un vantaggio: le principesse, il rosa, i matromoni, gli amori romantici prima o poi si sbiadiscono, si sporcano di realismo, si guastano e vanno a male. Non tutti, ovvio, ma parecchi; è la parabola della vita. E sono fatti loro, affrontare la realtà a viso aperto. Noi sappiamo già. Anzi, non sappiamo molto. Il giusto. Quello che serve per abbaiare. Per attirare l’attenzione del padrone e farci riempire la ciotola.

Zotici marrone vestiti che non siamo altro.

Sherlock Holmes (Guy Ritchie – 2009)

Per chi, come me, è stato un assiduo lettore dei romanzi di sir Arthur Conan Doyle, l’approccio visivo a questo Holmes potrebbe risultare un vero e proprio shock. Il film di Guy Ritchie, forse perché ispirato in gran parte al fumetto scritto per l’occasione da Lionel Wigram, presenta un Holmes che è fuori da tutti i canoni tipici a cui Doyle ci aveva abituato: sgarbato, ubriacone, poco dedito alla pulizia personale, usa il proprio cane come cavia da laboratorio per testare sonniferi, calmanti e altre diavolerie chimiche di sua invenzione. Il mai domo Robert Downing Junior nei panni dell’investigatore più famoso d’Inghilterra pare proprio l’antitesi cinematografica del personaggio letterario creato da Doyle. Una sola costante viene traghettata dalla carta alla cellulosa: il genio, che si esplica in entrambi gli Holmes attraverso la capacità di osservare ogni minimo particolare del reale ed elaborarlo all’istante in funzione del proprio processo investigativo e la facoltà di improvvisare azioni e reazioni immediate alle circostanze che vengono via via creandosi. “Che cos’è il genio? Capacità di improvvisazione, rapidità di movimento…” dice a un certo punto Ugo Tognazzi nei panni del Conte Mascetti in AMICI MIEI, primo dei tre film che compongono la fortunata omonima trilogia. E Holmes-Downing Junior è tutto questo e anche qualcosa di più. Non possiamo dimenticare, infatti, il suo lato romantico che è però allo stesso tempo il suo punto debole: l’amore segreto e forse corrisposto per la splendida Irene Adler (interpretata da Rachel McAdams) l’abile ladra che fa arrossire Holmes e gli annebbia la mente. IN verità è un personaggio già apparso negli scritti di Doyle ma con altre caratteristiche; in questo film, infatti, la dolce Irene si prenderà spesso gioco di Holmes (e si intuisce essere una prassi già consolidata ai danni del povero investigatore) e saprà essere astuta quanto lui se non di più (ed è forse per questo che H ne è innamorato). H perderà completamente la testa per lei, disorientandosi, traballando, cadendo e poi rialzandosi grazie  all’aiuto del fido dottor Watson (un fantastico Jude Law) compagno di mille avventure. Anche il Watson cinematografico è lontano mille miglia da quello letterario. Pur mantenendo alcune caratteristiche del profilo romanzesco, il Watson di cellulosa ha delle grandi debolezze proprio come il suo capo: scommette indebitandosi con gli allibratori ed è psicologicamente succube del suo principale; non può fare a meno di seguirlo in ogni folle impresa, al di là dei rischi che è cosciente di correre. Ritchie costruisce una coppia all’apparenza sconclusionata, simili in tutto e per tutto a una banda di delinquenti di media tacca piuttosto che a due investigatori al servizio dell’Impero Britannico. Ma forse sta proprio qui il loro fascino: questi Holmes e Watson sono persone reali, pieni di debolezze e tentazioni, sono uomini che sbagliano, sparano per difendersi, picchiano quando ce n’è bisogno (H lo fa addirittura come secondo lavoro per arrotondare) e sono ben lontani dalla raffinata coppia pipa e bombetta uscita dalla penna di Doyle. Comunque, se proprio vogliamo trovare qualcuno di veramente raffinato in questo film, nei modi e nelle gesta per lo meno, allora dobbiamo guardare ai cattivi, dobbiamo volgerci verso Lord Blackwood, il potente uomo d’affari dedito alla magia nera e alle sperimentazioni alchemiche, il novello Dracula senza denti aguzzi capace di sopraffare le menti deboli solo con lo sguardo. È lui il vero uomo di stile, a metà fra l’elegante e il tenebroso, e darà filo da torcere a H tornando dall’aldilà per compiere il suo colpo di stato “magico” e per comandare il mondo intero. Holmes gli darà una caccia senza quartiere e non mancheranno gli omicidi, i tradimenti, le sparatorie. In fondo è anche per questo che ho assai gradito questo film: ha molti degli spunti del Holmes letterario, ma ha anche elementi di novità, come la crudezza (a tratti mi ha ricordato The Shield), l’atmosfera(la scenografia era molto simile a quella di From Hell-La vera storia di Jack Lo Squartatore e fra l’altro i due film sono ambientati quasi nello stesso periodo storico), l’ironia  e l’avventura(come non pensare all’Harrison Ford di Indiana Jones). Sarà che l’ho visto dopo aver subito tre cocenti delusioni da Multisala (Parnassius, Christmas Carol e New Moon) ma devo proprio ammettere che Guy Ritchie ha dato nuova vita al personaggio di Sherlock Holmes. E non era un impresa facile riprendere in mano un soggetto come questo, da cui sono nate decine di versioni cinematografiche e televisive. E allora: lunga vita a Sherlock Holmes!

Defcon X

Sabato 23 gennaio, ore 21,00, Modo Infoshop, via Mascarella 24/b e 26/a, Bologna.

DEFCON X di Andrea Giovannucci e Daniele Bergonzi (Compagnia Fantasma) introduce Jadel Andreetto (Kai Zen J)

La Compagnia Fantasma si esibirà in un reading di brani tratti dal romanzo.

Defcon X è la prima opera letteraria della Compagnia Fantasma. La vicenda si svolge a Bologna, una città preda della propria furia sicuritaria, in cui è difficile distinguere tra chi davvero dovrebbe fare paura e chi con la paura guadagna e controlla. Il dottor Francesco Passini, psicologo, all’indomani della morte di suo padre cerca di contattare Paolo Rapetti, un vecchio paziente che sembra sparito nel nulla. Dopo i primi tentativi andati a vuoto la ricerca del dottore si trasforma ben presto in un’ossessiva corsa contro il tempo che lo metterà faccia a faccia con le proprie paure più recondite. Defcon X è una storia in cui i personaggi cercano una possibile via d’uscita alla paranoia collettiva o, al contrario, la sposano definitivamente, una storia che riflette sulle angosce reali o presunte del mondo in cui viviamo. “Rapetti era introvabile. Per quanto ne sapevo poteva essere ovunque, magari era espatriato o magari era vicinissimo, nel mio stesso palazzo. A me non era dato saperlo. Da quando ci eravamo incontrati l’ultima volta aveva continuato a seguire un percorso tortuoso che lo portava a spostarsi in continuazione. Viaggiava sul filo delle sue angosce. Ne era preda, le assecondava. In questo era simile a un animale braccato, una creatura messa davanti alla propria paura che reagiva seguendo un istinto di difesa: la condizione in cui la preda diventa predatore.”

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